Nel 1936 Walter Benjamin scrive L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica in cui dichiara che la riproduzione tecnica distrugge la sacrale aura dell’opera d’arte riducendo l’unicità di una creazione a una sorta di “distrazione” di massa. Non c’è più quella contemplazione elitaria e intima che costringe ognuno di noi a uno sforzo intellettuale, emozionale, psicologico… l’aura dell’arte svanisce.
Il valore trascendente dell’espressione artistica viene di fatto sostituito dalla politicizzazione della rappresentazione estetica. Da quel momento in poi, l’arte viene riprodotta, rielaborata, consumata più e più volte in formati e contesti diversi. E non è più un’esperienza spirituale, ma un esercizio di decodifica semantica…
Lo vediamo con l’AI, che è in grado di restituirci un milione di volte la stessa identica immagine senza che sia la stessa identica immagine. Basta aggiungere una richiesta nel prompt. Basta avere lo spunto giusto per manipolare i codici espressivi a proprio piacimento. Ad esempio: ho preso il Bacio di Robert Doisneau e l’ho trasformato in una riflessione sull’emotività e sul sentimento all’epoca dell’AI.
Le macchine arriveranno mai a sentire quello che sentiamo noi?
La questione dell’affettività è centrale. Empatia, comprensione, commozione, affetto, amore. L’AI ben addestrata può simulare in una risposta ciò che muove le nostre più profonde emozioni. Può contribuire a contrastare le nostre paure, i dolori, i lutti. Non immagino, certo, uno scenario alla Isaac Asimov (almeno non per ora), ma senza dubbio la ricerca della consolazione nell’AI ha molto a che fare con l’esercizio maieutico dell’auto-guarigione, della cura.
Ho preso una foto, una delle ultime foto fatte a mio padre, poco prima che si ammalasse di cancro. Mi manca molto. Guardavo la sua foto e mi sono chiesto: se riuscissi ad animarla, se riuscissi a ripetere quei suoi gesti e piccole espressioni. Non è molto, ma il risultato è stato sorprendente. Tanto da spingermi a pensare, quasi follemente: se mettessi mano negli album di famiglia potrei davvero, con pazienza certosina e con quel pizzico di meraviglia che ho ancora nel cuore, ricostruire una temperie culturale, una dimensione storica della mia famiglia. E ritrovare dentro di me quel filo conduttore che ogni giorno si perde nella spinta all’eterno presente di quest’epoca.
Ecco dunque, l’AI è scrittura, pensiero e può diventare processo creativo, percorso terapeutico. Può diventare quello strumento che mancava e che, più che gareggiare con l’esclusiva unicità dell’arte, è in grado di realizzare esperienze del tutto nuove. È questa la direzione che dovremmo seguire.









