Il content digitale ha cambiato la nostra idea del lavoro

La pandemia ha costretto molti di noi a ripensare il proprio mondo. Per i più si è trattato di prendere le misure con un nuovo stile di vita, rafforzato dal remote working come condizione centrale. Per altri è diventata nel tempo un’opportunità per uscire da una zona di comfort a volte rigida e ripetitiva e affacciarsi su un mondo in movimento in cui l’evoluzione tecnologica si lega alla trasformazione sociale, espressiva e comportamentale. Per usare parole semplici, un mondo che cambia velocemente e mette al centro le persone, i loro progetti, aspirazioni, valori, bisogni.

Su un articolo di The Vision, Come la produzione di contenuti ha permesso a molte persone di reinventare il proprio lavoro, di Elisa Berlin, c’è una bella riflessione riguardo la trasformazione di molti professionisti in abili creator digitali, sia per un bisogno di sostentamento, sia per la scoperta di talenti spesso nascosti dalla routine quotidiana del lavoro. La produzione e l’utilizzo di contenuti ha preso e sta prendendo diverse forme, dai video ai podcast fino allo streaming. I format sono soprattutto tutorial, corsi di formazione e contenuti di intrattenimento, con alcuni vertici come nel caso del gaming (diventato un vero e proprio driver per lo sviluppo di show digitali in cui le dirette vengono commentate dai performer spesso attraverso dialoghi real time con i propri viewer e follower).
The Vision avverte, un report di Google indica come già dal marzo del 2020 le ricerche di video sulla formazione scolastica siano aumentati del 120% e gli how to del 50% (cucina, bricolage, make-up). Sul tema videogame il discorso è piuttosto complesso e porterebbe via tempo, forse anche per il fatto che viene ancora discussa come una questione strettamente legata alle ultime generazioni. E non è sempre vero.

 

 
Resta, invece, tutto da esplorare l’universo video e podcast. La pandemia, due anni comunque impegnativi, ha portato un’altra percezione del tempo e ci ha messo di fronte alla fragilità della vita sociale e delle community di relazioni. Un fatto importante, perché per molti i video di YouTube o le dirette di Facebook e Instagram hanno rappresentato un aiuto psicologico per combattere l’ansia e lo stress (con un boom vero e proprio di clip fiction di tipo comico, la entertainment); in altri casi hanno permesso alle persone di conoscere cose che ignoravano (infotainment) e approfondire aspetti dell’auto-organizzazione della propria quotidianità che, dal tutorial alla formazione, hanno fatto crescere competenze e hobby. Hanno allargato le prospettive della conoscenza e dell’apprendimento culturale e, dato importante, fatto sentire le persone meno sole facilitando la ricostruzione, seppur virtuale, di relazioni sociali basate su interessi comuni.
 
L’impatto del content sul versante della professione e della produzione ha introdotto alcuni elementi fondamentali:
 
1 –  l’esplosione del video come strumento di comunicazione branded oriented, non più e non solo secondo la metrica pubblicitaria della comunicazione = valorizzazione del prodotto = consumo, ma come costruzione di contenuti di valore. In alcuni casi, pensiamo all’industria culturale, la video-divulgazione è diventata un importante modo per raccontare i progetti e attrarre fruitori e pubblico (audience engagement). Pensiamo, ad esempio, ai musei;

2 – l’affermazione progressiva e in continuo sviluppo di competenze tecniche di progettazione, produzione e post-produzione. Oggi, grazie a un orientamento ben costruito nel modello di creazione di un contenuto e con le strumentazioni disponibili è davvero possibile realizzare un’attività di content-producer di medio, buon livello;

3 – il perfezionamento di hardware e software. Mai come in questi ultimi anni si è raggiunto un picco così alto nella commercializzazione di prodotti e servizi dedicati al digital content. Da camere per il vlogging a gimball, da consolle per la regia a tastierini per lo streaming, da strumenti per la produzione professionale di podcasting a schede di acquisizione video per gaming di vario tipo. Per non parlare dei software, un numero infinito di applicazioni, spesso in dotazione direttamente sulle piattaforme di video-hosting come #YouTube, #Instagram, #TikTok.
 
Oggi il content design è la prospettiva di un mestiere tra conoscenza della rete e dei mercati, creatività e contenuto, modello di produzione e distribuzione; un mestiere in crescita che può raggiungere livelli davvero alti e correre ai ripari di settori sempre più in crisi, come la cultura, l’educazione, l’informazione, la sanità.

Se vuoi approfondire il nostro percorso in Digital Humanities, vai sul sito dell’educational previsto a partire da fine giugno 2022.

 

 
 

Il ruolo delle digital humanities nei Metaversi

I metaversi rappresentano ormai una nuova prospettiva nell’estensione di senso e di esperienza offerti dai mondi fisico e digitale. Attenzione, anche se la tentazione è di far coincidere il Metaverso con un habitat virtuale costruito ad hoc per l’uso di nuovi devices tecnologici, avvertiamo subito: il tema è più complesso. Il filosofo Galloway ne parla ampiamente facendo riferimento a logiche del tutto inedite che introducono nuove estetiche, nuove emergenze. Se siamo abituati a immaginare spazi già consolidati con i game MMPORG come The Sims, Minecraft, Fortnite e Roblox, preceduti dall’antesignano Second Life, d’altro canto è un fatto che l’attuale discussione sul Metaverso “viri verso la spazializzazione in cui il nostro corpo viene potenzialmente coinvolto in un’ecologia complessa” (cit. Simone Arcagni, Alessandro Bollo).

Il focus resta quello della possibilità di estendere il campo di applicazione dei Metaversi a territori ibridi co-abitati da fisico e digitale, sia dal punto di vista dell’arricchimento delle esperienze di crescita personale e professionale, sia da quello dell’effettivo rafforzamento di pratiche, strategie e strumenti di divulgazione della conoscenza. Qui, viene il bello. Se pensiamo, ad esempio, al settore culturale (ma quale organizzazione, quale azienda di per sé non è già un ecosistema culturale?), va sottolineato che occorre immaginare nuovi modi di pensare, progettare, distribuire contenuti. Le Digital Humanities, che hanno sempre lasciato ampio margine di interpretazione (se vogliamo procedere con classificazioni, spesso parziali), oggi vanno viste come l’insieme delle scienze umane e sociali, le arti e le lettere che possono contribuire a ottimizzare l’apporto del mondo digitale alla valorizzazione e distribuzione del sapere. Stephen Ramsey afferma che il termine possa avere un ampio spettro di significati, dagli studi sui media e l’arte elettronica all’edutainment, dal gaming alla produzione di contenuti digitali sotto forma di video, podcast, dal data mining all’edutech. L’allargamento del significato di Humanities necessita di una presa di responsabilità da parte di istituzioni, istituzioni culturali, imprese e associazioni. Non si tratta solo di digitalizzare la cultura, ma renderla accessibile. Non si tratta solo di marketing per le aziende, ma di svelarsi come sistemi di valore, come filiere di senso in grado di avere un ruolo nella dialettica contemporanea su temi di interesse generale. L’educazione e la cultura, la qualità della vita, l’importanza dell’istruzione, la crescita del benessere psicologico, la responsabilità sociale. Un nuovo operatore avrà anche questa opportunità, pensare al design di un’esperienza prima ancora che a un semplice contenuto da pubblicare. I Metaversi sono un crocevia, path esplorativi da cui costruire un pezzo digitale che possa facilitare la comprensione e l’assorbimento delle esperienze fisiche.
 

Davide Pellegrini

L’importanza della facilitazione nell’apprendimento

La formazione ha da sempre il limite della distanza. La trasmissione di competenze avviene in modo univoco dal formatore al partecipante. Un soggetto attivo che costruisce e codifica una serie di conoscenze destinate ad altri soggetti passivi, un pubblico che non interviene se non ex post nella fase di rielaborazione, e solo grazie all’impegno personale potrà capitalizzare quelle informazioni nell’esperienza di vita.

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Come pianificare una content strategy

Le aziende hanno sempre più bisogno di contenuti. Nel flusso ininterrotto di post, immagini e video, l’attenzione delle organizzazioni si è spostata dalle strategie commerciali alla narrazione del proprio ecosistema, il proprio habitat. Persone, attività, valori, progetti, eventi, azioni di responsabilità sociale. Ogni aspetto della cultura aziendale è diventato un possibile contenuto da raccontare, utile a far squadra e a partecipare al dibattito contemporaneo sul miglioramento della qualità della vita, del lavoro, del sistema sociale, economico e produttivo.

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Come realizzare una social media strategy

I media digitali sono sempre più social. Nello spazio delle conversazioni, il flusso ininterrotto di articoli, commenti, post è diventato ormai un elemento convenzionale della comunicazione odierna. Quello che fa la differenza, oggi, in termini di efficacia è la progettazione di un format. Il concetto di formato, di per sé, implica una riconsiderazione della strategia di progettazione e pubblicazione dei contenuti. Da questo punto di vista, uno dei fattori da tenere a mente è l’importanza di creare una convergenza tra comunicazione aziendale e modelli dell’entertainment.

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